SULLA GENESI DEL POTERE

Tra le aspirazioni di sempre delle donne e degli uomini che hanno popolato e popolano il nostro Pianeta, due possono essere evidenziate per lo loro antipodicità, in verità solo apparente: la libertà e l’ordine costituito.

Sembrerebbero, infatti, cozzare l’una contro l’altro dal momento che le leggi, naturali e scritte, parrebbero tendere a limitare e/o a delimitare entro confini rigidi e stretti gli spazi della libera esplicazione delle personalità, singole o raggruppate, quando invece quest’ultime, solo se costituzionalmente preordinate, conservano appieno la potenzialità della manifestazione espressiva.

Necessita e occorre, allo stadio iniziale della susseguente riflessione, operare una fondamentale distinzione tra “Politica e Potere”.

La Politica, quale disciplina finalizzata a dirimere tensioni prima e a comporre poi uno stabile ordinamento sociale nella sua veste di indirizzatrice dei destini di una comunità (polis-tuke), è una “monade magna” assoluta e ideale che vive e brilla di luce propria e non ha quindi necessità né di essere dimostrata, né giustificata, né legittimata; nella sostanza, essendo la causa efficiente di se stessa, trova appunto in se stessa la sua ragion d’essere e di esistere.

Il Potere, al contrario, quale strumento operativo ed effetto causale della medesima, vive e brilla di luce riflessa e, dunque, abbisogna di essere dimostrato, giustificato, legittimato.

Nei regimi totalitari e dittatoriali, la storia tutta lo prova, il potere nasce, si fonda e si consolida sull’uso della forza bruta in una micidiale miscela di sopraffazioni e di utilizzo di armi cruente e, quindi, non può che sostanziarsi in un potere cinicamente crudele e scientemente violento tanto da arrivare ad eliminare, anche fisicamente, ogni forma di opposizione, di dissenso o di avversione che tenti di frapporsi tra esso stesso e il suo autodiritto a dispiegarsi, imposto coercitivamente.

Nei sistemi democratici, al cui nucleo centrale è posto il principio che fonte della rappresentatività giuridica non altro vi è se non la rappresentanza politica e istituzionale, il potere ottiene la sua piena legittimazione dal libero consenso popolare, anche se solo maggioritario, e così, solamente così, viene giustificato il suo esercizio nel rispetto delle deleghe conferite. Oltre di esse, si apre la pericolosa avventura dello sconfinamento nei terreni dell’arbitrio potestativo e dell’abuso normativo.

Non è, dunque, sufficiente il consenso liberamente espresso a garantire il legale funzionamento delle istituzioni democratiche se, coloro ai quali è stato demandato, non possiedono valori e virtù tali da non disperderli in ragione dei loro tornaconti e dei loro interessi di parte.

La democrazia è un’entità morale e intellettuale a corpo unitario e deve tener conto dell’insieme al posto del frazionale e, se così non fosse, la si potrebbe appellare in tutt’altre maniere ma, chiamarla democrazia, suonerebbe come ingiuria e bestemmia.

Qualora, a sostituzione dei poteri costituzionalmente statuiti e legittimamente esercitati dovessero subentrare dei contropoteri od anche degli pseudopoteri, pur forti e radicati, l’ordinamento democratico entrerebbe inevitabilmente in sofferenza e sarebbe costretto a convivere con delle realtà fuorilegge che, prima o poi, ne decreterebbero la sua estinzione.

Gli abusi di potere, il mancato rispetto dei mandati ricevuti, la perdita progressiva della fiducia popolare fondata sul consenso, minano le fondamenta della democrazia e offrono spalla al formarsi e all’affermarsi di enclavi materialmente illegali all’interno dello Stato formalmente legale: ne sono esempi la mafia, la camorra e ogni altra organizzazione che opera per sovvertire la democratica convivenza sociale e civile.

Recenti studi di filosofia dogmatica mi hanno portato a considerare che, qualora il potere non sia diretta emanazione di volontà libere e responsabili, il popolo sovrano meriterà di essere giudicato per “culpa in eligendo et in vigilando”, mentre i suoi governanti non potranno sfuggire alla severa condanna della storia per essere incorsi nella ben più grave “culpa in educando”.

Orvieto 29/10/2010                                                  Mario Tiberi