La relazione di Claudio Lombardi ” LO STATO DEI CITTADINI : DALLA PARTECIPAZIONE CIVICA ALLA POLITICA PARTECIPATA”

 Nel titolo di questa relazione sono indicati un programma e una strategia che conosciamo bene per esserceli detti tante volte e perché sono stati alla base della decisione di dar vita a questo movimento parecchi anni fa.

Ad ogni congresso riaffermiamo che questo è il senso delle nostre azioni tanto che ripeterli oggi ancora una volta potrebbe apparire qualcosa di ovvio, scontato, semplicemente condivisibile. E allora perché riparlarne ?

Il fatto è che dovremmo mettere a confronto questo programma con la situazione del nostro Paese, con la visione che chiunque può avere dello stato della nostra democrazia, con la nostra esperienza di cittadini. E il confronto ci dice che qualcosa non va e ci spinge a cercare di capirne le ragioni per poi vedere cosa possiamo fare. Per come sono andate le vicende italiane negli ultimi decenni sembrerebbe proprio che la cittadinanza attiva, indice di un rapporto fra Stato e società che valorizza le capacità di ognuno facendo crescere la qualità della vita, la solidità del Paese e la forza della democrazia, non abbia vinto la sua battaglia. Non che l’abbia persa del tutto, però ci sono ben pochi mutamenti di rilievo che possiamo mettere fra le acquisizioni positive di decenni di impegno politico e sociale non solo nostro ovviamente, ma di un complesso di forze che guardavano diversi anni fa nella stessa direzione. Sarebbe fuorviante, infatti, identificarci, noi soli, con la cittadinanza attiva e lo sarebbe anche ignorare la lucidità e l’acume particolari di una visione, di cui è stato il principale interprete in vari momenti questo movimento, che ha saputo produrre analisi ed idee tuttora valide ed attuali e fra le poche che possano vantarsi di esserlo e di parlare il linguaggio della concretezza e di una forte idealità a chi desidera migliorare il nostro Stato e vuole farlo basandosi su un’unica appartenenza: quella della cittadinanza.

In effetti quel che non va nell’Italia di oggi era già stato individuato allora: una democrazia incompleta perché restia a valersi della grande forza dei cittadini, una tendenza alla separatezza fra politica e società isolate da ruoli rigidi e rigidamente occupati dalle medesime formazioni politiche, una gestione delle istituzioni con caratteri oligarchici ed autoreferenziali, la convinzione dei partiti politici di essere gli unici soggetti attivi della politica legittimati a farsi carico delle scelte che riguardano tutti gli italiani.

Ripetiamolo ancora una volta allora questo ragionamento perché il ripeterlo giova per trovare nuove strade e non abituarsi all’idea che le cose non possano cambiare.

Il problema di fondo dell’Italia è un problema di governo complessivo della società ed è soprattutto il problema dello Stato e della politica. La percezione forte che abbiamo come cittadini (ma penso che anche tanti osservatori ed esperti concordino) è che questo Paese non sia governato e, più esattamente, che non lo sia in funzione degli interessi generali, ma, invece, in funzione di interessi di gruppo o individuali e che l’indirizzo di fondo e prevalente, il principio che ci fa riconoscere come italiani dagli altri, ma spesso anche da noi stessi, sia quello dell’ognuno vada per la sua strada e pensi agli affari suoi e si disinteressi, se non può sfruttarli, dei beni comuni. Possiamo negare che il messaggio che abbiamo percepito da sempre e che ora sembra prevalere sia “fatti furbo, pensa per te, al resto qualcuno ci penserà” ? nonostante i tanti esempi di dedizione alla cosa pubblica e di rigore morale che abbiamo avuto nel passato e che resistono tuttora, quello è il messaggio che prevale, ben impresso nella nostra etica pubblica.

Questo significa, secondo me, che la politica come funzione sociale finalizzata alla cura dei beni comuni e dell’interesse generale ha fallito la sua missione producendo un gigantesco spreco di risorse economiche, umane, naturali che ci colpisce come italiani, che rovina il nostro Paese e ci indebolisce nel contesto internazionale.

Il punto centrale della crisi italiana sembra proprio essere questo: il sistema democratico non funziona, i partiti che fin dall’inizio hanno costituito la componente principale della classe dirigente e hanno sempre avuto il controllo diretto e indiretto di tutte le istituzioni pubbliche, degli apparati dello Stato e di tutto quanto è dipeso e dipende da una gigantesca spesa pubblica che corrisponde alla metà del PIL, non riescono più a concepire ed attuare disegni razionali di governo, ma, lottando per conservare il potere, si agitano puntando a rappresentare, dopo averle suscitate ed assecondate, onde emotive che si diffondono in settori del corpo elettorale. Il circuito virtuoso cittadini-istituzioni vissuto intorno a regole e principi fatti rispettare perché riconosciuti ed affidabili, si è trasformato in una miriade di frammenti nella quale sembra che tutto si possa stravolgere in nome dell’interesse individuale.

Se il quadro può apparire un po’ fosco diciamo che riteniamo sempre meglio seguire un vecchio insegnamento che invitava al pessimismo della ragione e all’ottimismo della volontà. Tuttavia non tutto ciò che compone il mondo nel quale viviamo va male, anzi, percorriamo un’epoca ricca di inaudite potenzialità e di incredibili novità.

L’epoca della globalizzazione che, spesso siamo portati ad interpretare solo come opera di potenti forze economiche, mediatiche, spirituali, ha significato e significa anche una esplosione di scambi e di circolazione di persone, di idee e di informazioni di dimensioni mai conosciute prima d’ora nella storia dell‘umanità. Che si tratti della condivisione di prodotti di consumo che assurgono al rango di simboli e di nuovi tratti di identità individuale oppure che si tratti della circolazione di modelli di vita o di prodotti di intrattenimento o culturali, mai come ora è stato facile superare barriere e ambiti ristretti etnico-nazionali, e rivolgersi verso altri mondi lontani eppure visibili e raggiungibili fisicamente o virtualmente.

L’esplosione dei sistemi di comunicazione, informazione e intrattenimento che hanno coinvolto le singole persone ha comunque rappresentato una spinta all’affermazione dell’individualità di ognuno che ha permesso di mettersi in contatto con un universo di simboli e di messaggi provenienti da tutto il mondo mettendo in mano a milioni di persone uno specchio in cui guardarsi fuori dagli schemi conosciuti e dalle culture tradizionali.

Spesso quando pensiamo alla globalizzazione ci concentriamo sugli aspetti economici e finanziari o deprechiamo l’omologazione degli stili di vita e delle aspirazioni o, anche, delle degenerazioni, ma non diamo abbastanza importanza alla potente spinta in direzione dell’affermazione individuale che può essere il punto di partenza di una crescita e di un nuovo tipo di convivenza umana.

Si tratta di cambiamenti che, in definitiva, hanno al centro le persone e che stimolano una eccezionale, confusa e disordinata mobilitazione di energie intellettuali.

E’ stato già detto che la globalizzazione spinge le persone ad identificarsi con due ambiti opposti, il locale e il globale. Quest’ultimo, probabilmente, è il regno dei simboli, delle appartenenze culturali, emotive. La dimensione locale, invece, anche se può essere presa a pretesto di mitologie e di un senso di appartenenza spesso inventati, riporta tutti alla vita reale, al territorio, a contatto con la comunità e con le istituzioni locali. E’ a questo livello che si avverte di più l’esigenza di un’autorità che governi e che dia risposta alle nostre esigenze di cittadini. La politica nasce qui ed è un lavoro incessante per far corrispondere esigenze individuali a mezzi e risorse collettivi. Ed anche lo Stato dei cittadini può nascere solo dal basso partendo dalla consapevolezza (che non esiste per definizione in ognuno di noi, ma va suscitata e costruita) di essere parte di una comunità e di dover farsi carico dei problemi comuni.

Diritti e responsabilità sono alla base della cittadinanza che, nello spazio pubblico, si manifesta con due elementi: la coscienza e la volontà di essere partecipi della vita della collettività (l’elemento soggettivo) e un quadro di regole che indicano la posizione del cittadino (l’elemento oggettivo).

La nostra Costituzione fissa alcuni principi, ma non contempla esplicitamente la partecipazione dei cittadini come parte del processo che definisce l’interesse generale e che lo traduce in atti di governo. L’art. 49 prevede che la partecipazione si esprima in un partito; l’art. 118 impegna lo Stato a favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini. Altri strumenti incidono più direttamente sulle decisioni legislative (referendum petizioni, iniziativa popolare), ma hanno limiti e caratteristiche evidenti. Se dobbiamo interpretare la nostra democrazia come qualcosa di vivo che si trasforma e si completa ogni giorno e non come una costruzione definita una volta per tutte allora serve andare oltre.

E già in parte ci siamo andati, in verità. Le forme della partecipazione e i soggetti che le utilizzano sono diventati molti a dimostrazione della spinta e dell’impegno della società civile.

I numeri che indicano la consistenza dell’associazionismo sono importanti: circa 7.000 le associazioni di tutela dei diritti, 35.000 quelle di promozione sociale, 26.000 quelle di volontariato e circa 4.000 quelle ambientaliste. Si tratta di valutazioni confermate ed ampliate dal Rapporto sull’Italia del Civil society index, che stima in 86.000 il numero delle organizzazioni di cittadini che operano per l’interesse generale e che possono essere definite di cittadinanza attiva.

Sappiamo che l’impegno di queste organizzazioni si rivolge sempre, prima o poi, alla politica nel senso che tocca temi o entra in settori che chiamano in causa l’intervento pubblico.

Anche le forme della partecipazione non sono poche: fra leggi nazionali, statuti e leggi regionali, statuti comunali e discipline di settore e locali abbiamo una quantità di strumenti, momenti, atti nei quali la partecipazione è sollecitata come parte di nuovi modelli decisionali. Ciò avviene specialmente a livello locale dove fra protocolli di intesa, accordi volontari, tavoli di concertazione, conferenze dei servizi, patti su temi specifici, consulte, contratti di quartiere o d’area, piani strategici c’è una vasta gamma di occasioni di coinvolgimento.

Alcune leggi nazionali hanno aperto la strada e definito principi e linee guida.

La più importante è senza dubbio il TU delle autonomie locali, il D.Lgs n. 267/2000, che, all’art. 8 stabilisce che “i comuni valorizzano le libere forme associative e promuovono organismi di partecipazione popolare all’amministrazione locale” e prescrive che “nello Statuto devono essere previste forme di consultazione della popolazione nonché  procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere determinate garanzie per il loro tempestivo esame”.

Ho letto che il comune di Modena ha inserito nel suo Statuto il diritto dei cittadini a partecipare alle scelte politico-amministrative. E gli altri ? Abbiamo la conoscenza di quanti enti locali abbiano applicato l’art. 8 del TU ? E se l’hanno applicato come lo hanno fatto? E come le organizzazioni dei cittadini hanno utilizzato queste possibilità? Sono interrogativi importanti perché c’è nel nostro Paese uno strano riflesso automatico che ci porta a rivendicare per ogni problema leggi, regolamenti, interventi pubblici e partecipazione e una volta che siano stati ottenuti, spesso, ci si ritiene appagati e si passa ad una successiva rivendicazione.

In verità anche se guardiamo ad altre leggi oppure alla molteplicità degli atti delle amministrazioni regionali e locali penso sia difficile trovare uno sbarramento nei confronti della partecipazione; magari una sottovalutazione, un disinteresse sì, ma difficilmente troverete qualche amministratore locale che vi dirà di no.

Permettetemi di citare altre due leggi che hanno rappresentato una conquista storica.

La legge n. 328/2000 stabilisce che “gli enti locali, le Regioni e lo Stato riconoscono e agevolano il ruolo degli organismi non lucrativi di utilità sociale….delle associazioni, delle organizzazioni di volontariato nella programmazione, nella organizzazione e nella gestione del sistema integrato dei servizi sociali”. La medesima legge si impegna a promuovere la partecipazione attiva dei cittadini nel settore di cui si occupa.

La legge n. 383/2000 riconosce il valore sociale dell’associazionismo e ne promuove lo sviluppo anche con forme specifiche di finanziamento.

Altre leggi stabiliscono la consultazione delle associazioni di consumatori e utenti nel campo dei servizi pubblici che è giunta, come poi dirò, con il comma 461 della legge n. 244/2007 fino alla condivisione delle politiche locali.

Eppure anche di quest’ultima norma non esistono molti esempi di attuazione.

Qual è allora il problema se, a fronte di questi spazi per la partecipazione dei cittadini, abbiamo la percezione forte che lo Stato non funzioni, che il governo sia insufficiente e inefficace e che le risorse vadano sprecate senza contribuire a migliorare il nostro Paese e a farci vivere meglio ?

La mia idea è che la partecipazione civica non possa bastare se intesa come un recinto nel quale si svolge l’autonoma iniziativa dei cittadini senza, però, arrivare a toccare le scelte di chi guida le istituzioni e le amministrazioni pubbliche.

Certo non si tratta di sovvertire il sistema, ma un problema di fondo c’è e riguarda l’assolutezza del principio elettoralistico. Dobbiamo capire se essere eletti significa avere la piena disponibilità dello Stato (Comuni, Province, Regioni ecc) oppure se si accede ad una funzione che deve essere svolta seguendo percorsi di partecipazione e di condivisione con i cittadini. Il problema in Italia si fa più evidente perché i partiti, che lo hanno fatto in passato, non sono più organizzatori del consenso e della partecipazione popolare, educatori alla pratica della democrazia e della politica, recettori delle istanze, delle esigenze e dei problemi dei cittadini. Non lo sono più o non lo sono più da soli oppure lo fanno molto male. Quindi è necessario che qualcun altro lo faccia perché queste sono funzioni essenziali per la stabilità di un sistema democratico.

In questa nostra situazione la partecipazione civica rischia di non produrre effetti sostanziali senza nemmeno riuscire a frenare la sfiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni anzi, confermando la convinzione che è solo standone lontani che si riesce a fare qualcosa di concreto e di utile.

Se noi non riusciamo a cambiare questo stato delle cose il nostro sistema democratico rimarrà incompleto e debole.

Io penso che lo Stato dei cittadini è la politica e che questa ha davanti a sé una grande sfida: raccogliere le energie che vengono dal basso e indirizzarle verso la dimensione pubblica, costruire ponti fra individui e collettività e fra questa e le istituzioni dello Stato. E penso che in questa sfida noi ci dobbiamo essere.

Il problema è come. Ci sono due profili della questione: uno è la nostra soggettività cioè lo spirito e la convinzione con cui affrontiamo il nostro ruolo; l’altro è costituito dagli strumenti che ci mettono a disposizione leggi, decreti, regolamenti ecc ecc.

Abbiamo alcuni elementi a nostro favore. In primo luogo un patrimonio di idee, elaborazioni ed esperienze che possiamo rinnovare, approfondire, diffondere. In secondo luogo non siamo soli perché di organizzazioni sensibili alla cittadinanza attiva ce ne sono molte e fra queste non escluderei alcune parti delle reti territoriali dei partiti e dei movimenti sociali e politici cui possiamo anche chiedere che senso ha la loro presenza se non si traduce in un impegno concreto per la collettività. In terzo luogo sono tanti i cittadini che grazie alla diffusione delle informazioni e delle nuove tecnologie di comunicazione sono in grado di conoscere i problemi e di assumere un ruolo attivo anche solo sul piano di aiutare a conoscere e capire le situazioni. E poi un nostro punto di forza è che vogliamo affrontare problemi concreti e vogliamo che la politica a questi risponda e che, partendo da qui, puntiamo a costruire canali di partecipazione finalizzati all’interlocuzione e alla corresponsabilizzazione attiva, in un’ottica di governo dei problemi, da parte dei cittadini, e in una prospettiva di governo aperto da parte di chi esercita funzioni legislative, programmatorie, deliberative ed esecutive.  A noi spetterà poi di selezionare, analizzare e produrre un nostro punto di vista ed iniziative pertinenti, in un contesto di apertura e trasparenza. Porci come tramite fra cittadini e istituzioni significa partire dai problemi che possono essere locali o su scala più ampia e operare con gli strumenti della conoscenza e dell’educazione. Tutto ciò non sarebbe sufficiente se non puntassimo a costruire occasioni di condivisione con le istituzioni, se non mirassimo a far entrare la partecipazione nelle procedure di decisione, di elaborazione e di verifica delle politiche, nei meccanismi di decisione dell’uso del denaro pubblico. Non siamo, però, all’anno zero. Abbiamo esempi da cui trarre insegnamento come il bilancio partecipato che si pratica in poche realtà locali (ma è previsto anche nella regione Lazio). E abbiamo il modello del comma 461. Spetta ad altri parlarne in questa occasione. A me preme solo richiamare la vostra attenzione sul fatto che di un modello innovativo si tratta e che come tale lo dobbiamo considerare. Infatti, prima ancora che sia veramente applicato nelle realtà locali, viene preso a riferimento per un ambito regionale in Piemonte e nelle Marche.

 Ci sono tutti gli elementi che servono: centralità delle istituzioni e dei cittadini, coinvolgimento attivo delle associazioni attraverso la condivisione di funzioni finalizzate alla definizione e verifica delle politiche locali, fonti di finanziamento trasparenti. E poi c’è il carattere permanente dato dalla definizione di forme e strumenti di controllo condiviso, sociale e istituzionale, sui servizi. Si va oltre i singoli progetti di durata limitata e, quindi, è possibile mettere buone basi per il lavoro delle organizzazioni dei cittadini. Si va oltre il principio elettoralistico perché si prevede una sede di verifica aperta a divenire anche sede comune di decisione fra soggetti che sono scelti in base alla funzione e alla rappresentanza che effettivamente svolgono.

Si tratta di pezzi di un disegno di partecipazione che va oltre quella che da sempre è ritenuta la dimensione civica e si candida a fondare nuove modalità dell’agire politico aprendo la strada a quanti sapranno partire o ripartire dalle questioni che toccano più direttamente i cittadini. Il disegno è quello di far diventare la partecipazione una componente stabile delle procedure di decisione e di controllo e di obbligare quanti hanno il compito di far funzionare le istituzioni e gli apparati pubblici a rendere trasparenti le loro azioni e ad esserne responsabili.

E’ un’opera complessa e di lunga durata che non si fa da soli e che non può essere limitata a poche realtà locali.

In questa relazione non ho annunciato novità sconvolgenti, ma ho cercato piuttosto di richiamare l’attenzione sulle prospettive di partecipazione, per coglierne e svilupparne le opportunità democratiche. Penso semplicemente che se vogliamo essere fra i cittadini attivi che riescono a fare qualcosa di buono per contribuire a migliorare il nostro Paese non dobbiamo fare nulla di strabiliante, salvo … ripartire, ricostruire e reinventare.