OSPITIAMO UN INTERVENTO DELL’ASSOCIAZIONE RETE DELLE DONNE ANTIVIOLENZA DI PERUGIA : “la violenza di genere ci riguarda proprio come comunità, uomini e donne, ci riguarda nel privato delle nostre relazioni e sul piano istituzionale e politico, come su quello culturale e della formazione”

PERUGIA – Come donne che da alcuni anni lavorano in un’associazione che svolge attività di contrasto alla violenza di genere  attraverso  interventi nelle scuole, campagne di sensibilizzazione, il gruppo di parola di Ponte Felcino, la promozione di interventi di formazione e sostegno alle donne maltrattate ci sentiamo molto coinvolte da quanto è accaduto nei giorni scorsi a Ponte Valleceppi: un uomo, dopo la separazione dalla compagna, le spara, la ferisce gravemente e ferisce gravemente anche il loro figlio di due anni e l’amica con cui stavano per trascorrere una piacevole domenica in piscina. All’apparenza, ma solo all’apparenza,  un gesto di follia, così talvolta si vuol credere poiché tale è l’orrore, l’inattesa devastazione che irrompe nella vita quotidiana di tante persone, da non voler pensare che tutto questo, forse, poteva non accadere, poteva essere evitato.

Allora la “follia”,  “i motivi passionali” vengono tirati in ballo quasi a rimuovere per l’ennesima volta ciò a cui le troppe donne uccise per mano di ex compagni, mariti, familiari ci conducono: a un sommerso che per un momento affiora, un sommerso fatto di sofferenza che pervade spesso l’esistenza di tante donne, di qualunque età, di qualunque estrazione sociale, con un lavoro o senza lavoro con figli o senza figli. Un sommerso che ha un nome: violenza di genere, la violenza contro le donne, una violenza che, in modo non casuale, prima o poi deflagra nella vita di molte donne. In modo estremo come nella vita di Ilaria, in maniera strisciante nella vita di tante altre donne, attraverso abusi psicologici, maltrattamenti al riparo delle mura domestiche, maltrattamenti  che si snodano nel tempo, coinvolgendo talvolta anche i figli, abusi che restano celati per vergogna e perché in fondo non si ha fiducia che fuori da quelle mura si possa trovare un’accoglienza a tanto dolore, a tanto stravolgimento.  Un’ accoglienza non giudicante, rispettosa della persona, una comunità consapevole che isola i comportamenti violenti, di sopraffazione, che li stigmatizza.

Troppo spesso al contrario, anche in modo inconsapevole si alimenta una discriminazione, una svalutazione: ogni volta che una donna viene retribuita meno a parità di mansioni, ogni volta che si preferisce l’assunzione al lavoro di un uomo rispetto a una donna a parità di merito, ogni volta che si chiede alle sole donne di farsi carico di un welfare familiare, ogni volta che si usa il corpo delle donne per vendere qualcosa, che si limita la libertà all’autodeterminazione delle donne.  Tutto questo aiuta a coltivare in alcuni uomini l’idea di una marginalità, di una debolezza che permette la sopraffazione anche nell’intimità, anche nel privato. Ora che la cronaca della vicenda di Ponte Valleceppi aggiunge al quadro una storia di possesso, di ossessione da parte dell’ex compagno verso la giovane donna, la non accettazione di una decisione presa da parte di Ilaria rispetto alla sua vita sentimentale e al suo progetto di vita ecco che appaiono ancora i contorni noti, i segnali che mai si dovrebbero sottovalutare.

Senza entrare nella delicata vicenda di questi giorni  vogliamo ricordare ancora una volta a chi scrive queste cronache e a tutta la comunità che la violenza di genere ci riguarda proprio come comunità, uomini e donne, ci riguarda nel privato delle nostre relazioni e sul piano istituzionale e politico, come su quello culturale e della formazione. A chi scrive vorremmo chiedere di leggere e descrivere gli avvenimenti con correttezza senza ignorare appunto la dimensione di  genere, di non cedere al sensazionalismo tralasciando tutte le informazioni che potrebbero magari aiutare altre donne a sfuggire alla violenza fornendo appunto il giusto inquadramento delle vicende. Alla comunità di cui siamo parte chiediamo di sentire tutto questo come un problema che ci riguarda tutte e tutti, di non pensare che in fondo siano solo fatti privati. Chiediamo l’apertura di spazi istituzionali di confronto su questi temi a cui possano e debbano partecipare singole persone, ma anche tutte le associazioni del territorio che si occupano di diritti e di inclusione, oltre alla imprescindibile presenza di associazioni di donne che lavorano su questi temi.

Vorremmo, come abbiamo sempre fatto in questi anni, lavorare per costruire una cultura anche della prevenzione rispetto a questo fenomeno e soprattutto vogliamo far sentire la nostra presenza a tutte le donne che ancora non trovano il coraggio o la forza di pensare un percorso di uscita dalla violenza. A tutte queste donne vogliamo dire che molti strumenti in più ci sono, c’è la nostra associazione, c’è il centro antiviolenza di Perugia, c’è il telefono donna della Regione, e il numero nazionale 1522. In questi contesti troverete persone in grado di accogliervi senza giudicare, di darvi il sostegno legale, psicologico per affrontare quello che vi succede.  Noi continueremo a fare la nostra parte, con le risorse possibili, per sensibilizzare la comunità su questi temi e per offrire sostegno alle donne che subiscono qualsiasi tipo violenza.

Patrizia Tabacchini

Socia Rete delle donne Antiviolenza Perugia