CONOSCERE PER NON AVVIZZIRE

“ Fatti non foste a viver come bruti, ma per inseguir virtute e conoscenza”

Se l’appartenente al genere umano è stato definito, da gran parte della filosofia antica fino a quella contemporanea, come “essere ragionevole” e come “possibilità di auto-progettazione”, ciò non significa necessariamente che il suo pensare, il suo scegliere e il suo agire, anche se razionali, siano infallibili. Certo, il “logos” più specifico dell’Homo Sapiens in quanto “ragione e discorso” è potenzialmente infinito e gli conferisce quel tratto di unicità che differenzia il pensare e il dialogare dell’essere uomo da quello di ogni altro essere vivente.

Ed è proprio codesta unicità che caratterizza l’esistenza umana, qualificandola come irripetibile.

La strutturale finitudine dell’uomo, alla quale corrisponde una vita biologica transitoria e dunque scandita da un inizio e da una fine, non impedisce di riempire di significati ogni atto di pensiero e di azione, compiuto in quella rete di relazioni che quotidianamente intratteniamo con ciò e con chi ci circonda. E’ in questo modo che noi diamo un senso alla nostra vita e la definiamo come nostra, nella sua contingenza e precarietà, ma anche nel suo valore, nella sua singolarità ed eccezionalità.

La limitatezza della condizione umana non può essere soltanto un ostacolo, un difetto, un’imperfezione. Come è stato sottolineato nel precedente editoriale, è certamente vero che l’esistenza umana è connotata dall’imperfezione e dall’errore. Ma ciò non può essere considerato come risorsa, invece che come carenza? Il fatto che il nostro agire nel mondo può essere fallibile e sottoponibile a dubbio, può forse significare che ciò che pensiamo e operiamo è sempre potenzialmente sbagliato o, non piuttosto, che l’errore ci permette di spingerci ancor di più oltre, di ricercare ulteriormente, di visualizzare le realtà da più prospettive con lo scopo di migliorarle?

Il dubbio allora non è indice di errore, ma di fecondità!.

Il nostro essere ragionevoli e progettanti significa avere la capacità e la volontà di ragionare, di mettere in discussione e sottoporre a critica, di scegliere e intervenire attivamente, insieme agli altri, per modificare e cambiare, per modificarci e cambiarci. Soltanto è grazie a questi intrecci, così vitali e propositivi, che la nostra esistenza e quella di tutti procede in avanti, solo così cresce e si arricchisce la nostra convivenza sociale, la nostra civiltà, che forse stiamo egoisticamente trascurando e piano piano perdendo, la storia plasmata di eventi che, a loro volta, non possono che non essere animati da persone.

Non v’è dubbio, e lo ribadiamo, che il nostro pensare e il nostro agire è intrinsecamente limitato: ogni nostra scelta, o iniziativa, o progetto è in parte determinato da ciò che esiste già e da ciò che già è esistito. Ma proprio per questo il nostro impegno e il nostro dovere è quello di proseguire, di cambiare laddove è necessario, di migliorare la pessima contingenza dell’attualità.

Il dubbio e la consapevolezza di essere imperfetti e, quindi, di sbagliare, non ci deve paralizzare, ma spronare invece verso un progresso conoscitivo e pratico che è e sarà il benessere di tutti.

Il nobile animale razionale e progettante, che noi tutti siamo, non può sottrarsi a tale impegno: è la nostra fatica, ma è anche la nostra soddisfazione. Anche in questo risiede l’unicità e la forza della nostra esistenza.

Si tratta, prendendo a prestito una splendida frase di Kundera, dell’insostenibile leggerezza dell’essere per cui, forse, il nostro fardello più oneroso è la superficialità con la quale siamo portati a considerare ciò che ci circonda; mentre, di converso, la nostra ricchezza scaturisce dalla percezione di essere in grado di realizzare qualcosa di nostro, unico e irripetibile, e che inevitabilmente lascerà una traccia in direzione non sempre e non solo di un “Io”, ma di un “Noi”.

L’uomo, da sempre, ha cercato di spiegare e di spiegarsi, di risalire fino alle cause ultime di ogni fenomeno; ciò è avvenuto attraverso la forma più arcaica del mito sino ad arrivare alle sempre più matematiche teorie scientifiche. Spinto dallo stupore di fronte a ciò che è sconosciuto, dalla curiosità di penetrarvici dentro, ma anche dall’ancestrale paura dell’ignoto, ha sempre tentato di trovare il perché di ogni accadimento al fine di approdare alla tranquillità del noto. Quello che, oggi, viene quasi spontaneo domandarsi è se è ancora esatto affermare che il non sapere e il non conoscere ci getta nel panico o se, addirittura, avviene il contrario.

E’ forse più semplice e più comodo non sapere per avere minori responsabilità o per affrontare meno sacrifici? Si teme di più, conoscere o non conoscere? Rimanere nel proprio ristretto orticello offre più tranquillità che l’interessarsi, il prendersi cura delle nostre esistenze e il porgere la mano e la mente per un contributo comunitario?

L’albero della conoscenza è terribilmente alto, ma non arrampicarcisi sopra ha tutto il sapore della pochezza e della codardia.

Orvieto 26/11/2010                                                   Chiara e Mario Tiberi